La conservazione di Ca’ Romanino è da sempre il principale scopo espresso dalla Fondazione (e ancor prima dall’Associazione) affinché questo luogo possa essere strumento di conoscenza, punto d’incontro culturale e di dibattito, mezzo di confronto con attori locali e internazionali, conservato nelle sue peculiarità architettoniche. 
Ca’ Romanino appartiene a quello straordinario patrimonio di edifici che Giancarlo De Carlo ha realizzato a Urbino. Queste opere appartengono a due grandi categorie, quelle risultato della ristrutturazione parti significative del tessuto storico della città e le nuove realizzazioni; alla seconda categoria appartiene il complesso dei Collegi Universitari che è considerata unanimemente una delle più importanti realizzazioni italiane dell’architettura moderna del secolo scorso. De Carlo progettò e realizzò Ca’ Romanino proprio negli anni in cui realizzava i Collegi. Per questa ragione esiste un’affinità tra le due realizzazioni, sebbene così diverse per scala e attività. In entrambe appare evidente la ricerca di nuove soluzioni spaziali sia nei luoghi destinati all’individuo che in quelli destinati alla collettività. Entrambi i progetti sono costruiti con materiali simili, accomunati dall’uso di mattoni e di strutture di calcestruzzo, queste ultime segnate con evidenza dalle fibre del legno dei casseri. La scelta dei materiali e delle tecnologie è in primo luogo un forte richiamo alla tradizione e dimostra come la ricerca di De Carlo fosse rivolta alla ricerca di un linguaggio che seppur moderno e innovativo parlasse all’Italia di quegli anni senza dimenticare le radici della cultura urbana e contadina di Urbino. Seguendo la scia delle innumerevoli declinazioni del rapporto tra architettura, morfologia del suolo e paesaggio, sperimentate ai Collegi e alla ricerca di tecnologie costruttive, semplici ed efficaci De Carlo affronta a Ca Romanino il tema dell’abitare. Come sta accadendo per i Collegi anche Ca’ Romanino richiede un ripensamento e una riflessione su come affrontare la conservazione e il suo futuro. L’insieme delle analisi e delle azioni programmate rientrano sotto il termine di conservazione e non di restauro, perché si tenta di abbandonare l’approccio tradizionale che fa capo ad interventi puntuali intrapresi a danno avvenuto, in favore di una logica di prevenzione e cura ex-ante (S. DELLA TORRE a cura di, 2003, La conservazione programmata del patrimonio storico architettonico. Linee guida per il piano di manutenzione e consuntivo scientifico, Guerini & associati, Milano).
Ci si interroga sulle necessità e sui fini dell’intervento sul Moderno: conservare per conservare non è una motivazione adeguata. La musealizzazione di Cà Romanino sembrerebbe la pratica maggiormente condivisa, ma in tal caso la cristallizzerebbe, facendo venir meno la funzione attiva che ha da sempre avuto e che la Fondazione intende mantenere. Si sono quindi cercati altri possibili scopi per i quali il bene può continuare a vivere, senza dover subire trasformazioni radicali nell’aggiornamento del suo valore d’uso. I rischi vanno analizzati con analisi approfondite, poiché la scelta di funzioni non appropriate potrebbe causare il danneggiamento irreparabile del bene stesso.
Importanti esempi internazionali dimostrano i concreti vantaggi che il ri-vivere degli edifici del Moderno, con l’assunzione di nuove funzioni, ha conseguito a favore degli edifici medesimi.
Molti programmi accademici (corsi e tesi di laurea) negli ultimi anni hanno avuto come oggetto di studio Ca’ Romanino, lavorando sull’analisi della situazione attuale con differenti approcci, legati al restauro, alla fisica tecnica o alla storia, per poi proporre interventi atti a migliorare alcuni aspetti dell’edificio. Tra le proposte avanzate vi sono interventi per il miglioramento delle condizioni di conservazione del bene nel suo complesso, piuttosto che l’aumento del comfort interno, o il necessario adeguamento dei servizi tecnologici fino a progetti di ampliamento della casa per assolvere funzione di dimora temporanea per studenti.
Analisi strumentali condotte sull’edificio hanno evidenziato che gli elementi di maggiore criticità risultano essere la copertura e l’involucro trasparente. Su questi ed altri aspetti, anche legati alla gestione del bene, bisognerà lavorare affinché la Casa possa conservarsi nel tempo, nella pienezza delle sue prerogative, aperta alle funzioni che, nel tempo, la Fondazione avrà individuato e definito nell’ambito dei propri programmi operativi. Questi interventi, per la loro consistenza e, conseguentemente, per la rilevanza dei costi prevedibili, presuppongono una attuazione graduale secondo un programma operativo che, comunque, dovrà consentire fin dal suo avvio il mantenimento della utilizzazione dell’edificio per quelle attività di accoglienza in grado di contribuire, nei limiti definiti dallo Statuto, alla raccolta delle risorse finanziarie necessarie per la realizzazione degli interventi stessi.
La Fondazione prefigura quindi un’ipotesi di “conservazione attiva” di Ca’ Romanino, certamente aperta, per la qualità architettonica dell’edificio e la notorietà del suo autore, ai contributi economici di enti, associazioni e di quanti altri sono interessati al mantenimento delle testimonianze culturali del Moderno, ma anche fondata sulla possibile auto-sostenibilità gestionale dell’edificio stesso.
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Nella direzione delle finalità della Fondazione si pone l’interessante lavoro di tesi svolto da Elisa Cavagliato, che ha visto il prof. Matteo Robiglio del Politecnico di Torino come relatore. Lo studio si concentra su Ca’Romanino per allargare l’orizzonte al complesso dei Collegi, nati dalla stessa matrice e portatori in modo esponenziale delle stesse criticità ed esigenze. A questo punto si aggiungono interessi ulteriori, quelli dell’Università di Urbino e dell’ERSU, che vedono il loro patrimonio dei Collegi degradarsi giorno per giorno e perdere la loro funzionalità intrinseca.

Il lavoro si è svolto principalmente tramite un’accurata analisi dell’edificio e alcune puntuali proposte d’intervento.
Si allega un efficace documento: