Intorno a Ca’ Romanino possiamo disegnare due geografie.
La prima, evidente, è quella del rapporto tra la casa e il suo paesaggio. Un rapporto di trasformazione e costruzione, che lega la casa ai Collegi e al lavoro di Giancarlo De Carlo, compresi gli interventi sull’Urbino storica: avverso alla concezione imbalsamate di un conservare senza ripensare, di un passato senza futuro, che prevale invece oggi nel restauro architettonico come nella disciplina della città e del paesaggio.
La seconda, meno nota – e per questo il libro è prezioso – è la geografia elle amicizie, degli scambi, delle relazioni che intorno a Ca’ Romanino e più in generale alla Urbino inventata dal sindaco-minatore Mascioli con Carlo Bo e Giancarlo De Carlo si sono intrecciate: Vittorio Sereni, Antonio e Camilla Cederna, Albe Steiner, per citare solo alcuni dei nomi familiari alla casa dei Sichirollo che ricorrono nelle memorie del libro. Una geografia analoga e in parte sovrapponibile aveva tracciato lo stesso de Carlo nella lunga intervista a Francesco Bunçuga in cui descriveva le vacanze a Bocca di Magra negli anni ’50.
Confesso l’invidia con cui la mia generazione guarda alla qualità e intensità di una rete in fondo semplice di scambi tra tecnici, artisti, intellettuali, critici, politici che ha fatto molto dell’energia dell’Italia della ricostruzione, energia che oggi pare a questo paese sfiduciato appartenere ad un passato ineguagliabile. Le nostre relazioni sono frammentate e confinate in reti meno forti e più locali, più specialistiche e meno aperte.
La stessa Ca’ Romanino appare disegnata prima come una machine à relation – per parafrasare LC – che come una casa per habiter. Ed infatti mai fu residenza primaria. Apprendiamo dal libro che perfino quello che, ostinatamente resistendo al funzionalismo del Neues Bauen, è sempre rimasto il nucleo della casa italiana, la cucina, non era inizialmente che una minima “zona cottura”, per di più staccata e di difficile connessione al salone, che solo in un secondo tempo su richiesta di Sonia De Carlo inserisce nel progetto, a cantiere avviato. Mentre ben chiaro è fin dai disegni che intorno al camino della piazza-salone su due livelli si sarebbero raccolti amici, ospiti, visitatori, convergendovi dalle monacali stanze dell’ala occidentale e dal percorso di ingresso, vero e proprio device destinato a sottrarre il paesaggio esterno, per consentire alle vetrate di riproporlo con forza all’interno. Dico piazza perché GDC qui come in molti altri casi disegna un edificio che, anche quando molto piccolo, ha dentro una inequivocabile trama urbana, è una casa-città e casa-paesaggio che contiene in microcosmo la macro complessità dell’urbano la cui indagine progettante è la radice più viva della riflessione di GDC. Un nucleo privato – così privato che neppure questo libro ne documenta le stanze – sta sopra, nel corpo ruotato con perno sul camino di acciaio rosso, il landmark che ordina l’interno della casa e si proietta all’esterno come fulcro di paesaggio: la prima cosa che si vede avvicinandosi a Ca’ Romanino.
Quali erano gli ingredienti di quella rete di relazioni? Fondamentalmente due: un saldo rapporto con la città e il territorio, che passava attraverso il sindaco e il rettore; una fitta rete di relazioni nazionali e internazionali, legata all’Università da una parte, e alle attività di GDC dal Team X all’ILAUD. Oggi questi due ingredienti sono deboli se non scomparsi. L’Università si è confinata ad un orizzonte locale, il territorio e la città faticano a ripensare la propria vocazione dopo la scommessa della generazione dei Bo, Mascioli e De Carlo: scommessa di cui è facile criticare gli errori e gli insuccessi, ma senza che si vedano proposte che ne siano all’altezza per visione e coraggio. La cultura architettonica italiana si è certamente molto internazionalizzata, ma forse lo ha fatto in modo un po’ provinciale: buttando via con l’acqua sporca delle accademie e delle scuole del dopoguerra anche il vitale portato di una cultura del progetto di architettura e di città che aveva in De Carlo, in Aldo Rossi, in Vittorio Gregotti – per citare solo i più evidenti – i propri capisaldi, per aderire un po’ acriticamente – per figure, più che per pensieri – agli stilemi diversi dei molti International Styles che attraversano la scena recente dell’architettura internazionale riverberandosi nei ben più modesti scenari nazionali.
Di cosa vivrà dunque la Ca’ Romanino dei prossimi cinquant’anni?
La scorciatoia della consegna al patrimonio pubblico non è solo inattuale ed improbabile, in tempi di miserie più che di risorse: sarebbe anche un tradimento dell’idea che spazi privati abbiano funzioni pubbliche, che relazioni personali siano sostanza di impegno civile e culturale – come è stato almeno dal Settecento, da quella straordinaria invenzione dell’Illuminismo che fu il salotto borghese, ancora ben vivo anche nelle radici dell’avanguardia del Novecento.

Occorre in primo luogo che la casa confermi la sua vocazione di residenza temporanea; sia attraverso una linea ereditaria che tramandi amore e passione per questo luogo speciale, sia – non sembri irriverente – riconoscendo che una casa d’autore in un luogo speciale in un paesaggio che riassume in sé i caratteri iconici dell’Italian landscape di cui l’intero mondo si è innamorato dai primi voyages en Italie del Cinquecento, ha un potenziale internazionale mercato. Esiste ormai un consolidato circuito, basti una rapida ricerca sul web, di case di architettura celebre offerte per soggiorni più o meno lunghi; al punto che in alcuni casi questa domanda crescente di luoghi speciali è diventata committenza specifica – il Balancing Barn di MVRDV è nato esattamente così, subito casa d’autori per affitto di vacanza speciale.

Un mix ben calibrato di questi due ingredienti deve bastare a garantire la sopravvivenza e la manutenzione della casa, che è a un punto di svolta. A quasi mezzo secolo dalla sua nascita, Ca’ Romanino ha bisogno di opere sia di ripristino – umidità di risalita, infiltrazioni d’acqua, radici arboree sono solo alcuni dei suoi mali d’età – che di aggiornamento a temi, come l’energia e il comfort, che quegli anni non avevano neppure le parole per nominare. Occorre migliorare l’isolamento termico, ripensare come schermare le ampie vetrate soprattutto a sud ovest, ridurre il calore che entra dal tetto in estate. Anche in questo caso, non sembri irriverente che Ca’ Romanino possa avere un attento e criticamente avvertito upgrade dopo nove lustri di vita, e dopo che il mondo intorno a lei è cambiato: credo che poche cose avrebbero irritato GDC più di essere imbalsamato. Riuscire a farlo significherebbe oggi contribuire positivamente anche al dibattito sul destino dei Collegi, uscendo dalla contrapposizione tra tutela dell’invenzione decarliana e necessità di economia gestionale e comfort degli utenti (consiglio a chi ha dubbi in merito una passeggiata sulle terrazze e lungo le facciate del Tridente).

Ho detto volutamente: “sopravvivenza” – importantissima.
Alla vita manca un terzo ingrediente, che è una rinnovata geografia di relazioni e di scambi che abbia nella Ca’ Romanino un suo fulcro.
Qui il destino della casa torna ad intrecciarsi con quello del suo territorio e della città che guarda. Saprà Urbino universitaria ripensarsi come crocevia internazionale invece che come sede locale? Non molte delle troppe Università “minori” dell’Italia non metropolitana – oggi in profonda crisi scientifica e didattica, prima ancora che economica – ne hanno le carte, Urbino sì. Se riesce a capire prima e a dire poi al mondo “che cosa” e “perché” si viene ad imparare ad Urbino, un gioiello rinascimentale arricchito di un moderno d’eccezione ha il suo posto nella mappa del mondo globale contemporaneo. Del resto, Urbino è sempre stata, dai Montefeltro e Laurana ai Bo e De Carlo, un progetto e un’ambizione internazionale innestata su un territorio non certo centrale, ma reso proprio da quel progetto e ambizione snodo necessario dei flussi della contemporaneità.
Se ciò non accadesse, non per questo il territorio è privo di energie, e occorre cercarle dove esse si manifestano: ad esempio nell’imprenditoria agricola di qualità, attenta alla relazione tra cibo e territorio che è una delle peculiarità che il mondo riconosce ancora all’Italia, o nel distretto marchigiano del mobile e dell’elettrodomestico che guarda al design e all’innovazione.
Scambi e relazioni non necessariamente nel milieu dell’architettura, ma che potrebbero costituire nuclei tematici e di lavoro anche per riaprire ad Urbino quel laboratorio non accademico di riflessione e progetto sull’architettura e la città che De Carlo vi aveva inventato, e che concludeva i propri incontri sul grande prato di Ca’ Romanino.

Matteo Robiglio